     p 226 .


Paragrafo 1 . La sostanza.

     
Leibniz, Aristotele e Descartes.
     
Libero,  come  abbiamo  detto, da preclusioni  verso  gli  antichi,
Leibniz  pensa  di  poter trovare nella filosofia  classica,  e  in
particolare   in   quella  di  Aristotele,   una   soluzione   alle
contraddizioni che emergevano dalla recente riflessione  cartesiana
(il  dualismo, il meccanicismo, eccetera). Gi in una  lettera  del
1669  al  suo maestro di filosofia a Lipsia, Jacob Thomasius,  egli
enuncia  il  proposito  di  voler  "conciliare  Aristotele  con   i
Moderni",  cio con i cartesiani, dai quali, tuttavia, dichiara  di
volere  prendere  le  distanze, convinto di  trovare  nel  filosofo
antico affermazioni "pi giuste", circa la conoscenza della natura,
di quelle presenti nelle recenti Meditazioni di Descartes(3).
     Leibniz    interessato in modo particolare  al  fenomeno  del
moto,  al quale dedic due scritti, entrambi pubblicati nel 1671  a
Londra dalla Royal Society(4). E sono proprio gli studi di fisica a
convincere sempre di pi Leibniz che la realt materiale non poteva
essere intesa cos come l'avevano concepita i cartesiani.
     Il   mondo   materiale,  per  Leibniz,   non   poteva   essere
completamente spiegato dall'essenza che Descartes attribuisce  alla
res  extensa:  estensione, appunto, e moto determinato  in  maniera
estrinseca  e  meccanica.  Il principio  del  moto  richiedeva  una
giustificazione pi profonda e, soprattutto, capace di  dare  conto
della  molteplicit  dei  fenomeni naturali  non  riconducibili  al
rigoroso meccanicismo cartesiano.
     Descartes,  secondo  Leibniz,  sbagliava  nel  considerare  la
materia   semplicemente  come  estensione  inerte,   provvista   di
movimento  solo perch impressole da Dio in maniera estrinseca  una
volta   per   tutte.  Ma,  soprattutto,  Descartes  commetteva   un
"memorabile  errore", sostenendo che nei fenomeni  dinamici  rimane
costante  la  quantit di moto (m ??v) "tradotto", cio trasferito,
trasportato
     
     p 227 .
     
     dai corpi(5). Leibniz dimostra che nei fenomeni che implicano
movimento ci che rimane costante  ci che noi oggi chiamiamo
energia cinetica, espressa dal prodotto della massa per il quadrato
della velocit (m ??v2)(6).
I fenomeni dinamici non sono altro che una manifestazione di questa
forza.
     Qui  sta  la grande novit introdotta da Leibniz: per spiegare
la  complessit  del mondo fisico non basta una massa  estesa  (res
extensa) dotata di un movimento assunto originariamente in  maniera
estrinseca;    necessario  pensare  ad  un  principio  originario,
intrinseco  alla  realt, da cui scaturisce e per  cui  permane  il
moto.  Questo  principio non pu essere la quantit  di  moto,  ma,
secondo  la  definizione di Leibniz, una forza viva che produce  il
moto.
     
Una forza metafisica.
     
La   forza   che  produce  il  movimento  e  lo  conserva   non   
riconducibile, per Leibniz, allo stesso mondo della materia e  alla
sua  struttura matematica: la matematica che spiega  e  descrive  i
fenomeni  non    in grado - come del resto riconosceva  lo  stesso
Newton  - di cogliere i princpi primi. Si impone quindi il ricorso
alla metafisica, cio a una dimensione che trascende il mondo della
materia(7).
     La  ricerca  di  un  principio metafisico  risponde  anche  al
bisogno  di liberare il mondo (e Dio) dalla schiavit delle  ferree
leggi della meccanica e della necessit.
     La  necessit, che aveva fatto la sua comparsa nella filosofia
occidentale  con  gli antichi atomisti greci,  stava  dominando  la
scienza moderna: niente e nessuno (nemmeno Dio che ne era stato  il
creatore) poteva sottrarsi alle leggi che regolano il mondo  e  che
gli  scienziati andavano scoprendo una dopo l'altra. Anche  quanti,
come Descartes e Spinoza, ricorrevano a un principio metafisico per
spiegare  l'essenza dell'Essere, vincolavano poi quel  principio  a
leggi ineludibili.
     L'antimeccanicismo   per Leibniz il motivo  conduttore  della
ricerca  dell'essenza ultima dell'Essere: il mondo esprime  s,  in
maniera evidente, una regolarit, ma  altrettanto evidente che  in
esso esistono e agiscono libert e spontaneit.
     
     p 228 .
     
     Il   principio  di  causa  ed  effetto,  su  cui  si  basa  il
meccanicismo, non  assolutamente in grado di rendere  conto  della
vera essenza della molteplicit di fenomeni singoli. Quando diciamo
che a  la causa e b  l'effetto, nel momento in cui b  diverso da
a  non  pu interamente essere prodotto da essa: in b c'  qualcosa
che non appartiene ad a e che quindi non pu essere prodotto da  a.
Se  consideriamo  il  rapporto tra genitori (a)  e  figlio  (b),  
innegabile  che  b  tragga origine - sia  causato  -  da  a,  ma  
altrettanto  evidente che b ha una sua specificit individuale  non
riconducibile ad a(8).
     La  contraddizione fra il carattere determinato  della  realt
(l'innegabile   legame   tra   causa   ed   effetto)   e   la   sua
indeterminatezza   (l'irriducibilit  degli  individui,   cio   la
specificit che rende ciascun ente individuale diverso da tutti gli
altri)  non pu essere risolta limitandosi all'analisi dei fenomeni
e  arrestandosi di fronte all'inconoscibilit della sostanza,  come
facevano Locke e gli empiristi; ma nemmeno ricorrendo a un'idea  di
sostanza  che non abbia in s le cause della sua stessa  essenza  -
come accade nella materia (res extensa) di Descartes, che non ha in
s il principio del suo proprio essere in movimento -, o vincolando
l'unica sostanza, che  causa sui ("causa di se stessa"), cio  del
Tutto, alle leggi della necessit, come faceva Spinoza.
     
La conoscibilit della sostanza.
     
La  filosofia  deve  quindi tendere a conoscere  la  sostanza  e  a
riconoscere in essa i princpi primi del Tutto e della molteplicit
degli individui.(9).
     La possibilit di conoscere la sostanza implica per Leibniz il
rifiuto dei limiti che Locke aveva assegnato all'intelletto  umano.
Dopo aver letto l'opera del filosofo inglese, Leibniz si propose di
confutarla.  Nel  1696 e nel 1698 scrisse alcune  osservazioni  che
fece recapitare allo stesso Locke, con la speranza di suscitare  un
dibattito con lui; quindi, nel 1700, pose mano alla composizione di
un'opera ponderosa, i Nuovi saggi sull'intelletto, in cui, seguendo
paragrafo  per  paragrafo  il Saggio di Locke,  si  contrappone  ad
esso(10).
     
     p 229 .
     
     Come  si  ricorder,  il  punto centrale  della  teoria  della
conoscenza  di Locke  il rifiuto dell'innatismo e la  riconduzione
dell'origine   di  tutte  le  idee  (semplici  e  complesse)   alle
sensazioni,  attraverso le quali gli oggetti esterni producono  dei
segni  sulla  tabula  rasa  dell'intelletto  umano.  Leibniz,  come
abbiamo  visto, mirava a una conoscenza universale, a  una  scienza
dei  princpi  primi  delle  cose, e  non  poteva  certo  accettare
l'impostazione  empiristica  e  sensistica  del  filosofo  inglese:
com'era infatti possibile giustificare il carattere di universalit
e  di  necessit  della  scienza su una base  empirica,  del  tutto
instabile   e   contingente?   Contro  Locke,   Leibniz   ripropone
l'innatismo come fondamento della conoscenza universale: se  Locke,
in  accordo con Aristotele, affermava "nihil est in intellectu quod
prius non fuerit in sensu" ("nell'intelletto non c' niente che non
sia   passato  prima  per  i  sensi"),  Leibniz  aggiunge  "praeter
intellectus ipse" ("eccetto lo stesso intelletto").
     L'innatismo che Leibniz pone alla base della sua teoria  della
conoscenza non  certo quello di tipo cartesiano, secondo il  quale
le  idee  innate  appaiono immediatamente nella  loro  chiarezza  e
distinzione:  tutto  il  primo libro dei Nuovi  saggi    dedicato,
infatti, alla confutazione dell'empirismo di Locke e dell'innatismo
di  Descartes. Nell'elaborazione teorica di entrambi i filosofi c'
qualcosa  di  vero  -  sostiene Leibniz -, anche  se  poi  il  loro
pensiero  si risolve in una posizione unilaterale e quindi  errata:
e,  dopo  aver  dichiarato  di accettare l'innatismo  di  Descartes
relativamente all'idea di Dio e "alle altre idee che non potrebbero
venire dai sensi", sposta il discorso sulla possibilit che i sensi
siano  indispensabili per far emergere al livello  della  coscienza
idee  innate altrimenti destinate a restare nel fondo oscuro  della
nostra mente(11).
     Leibniz sembra voler conciliare l'inconciliabile, ma riesce  a
trovare  una soluzione che gli consente di accordare Descartes  con
Locke  nella distinzione tra percezione e appercezione. Egli chiama
appercezione  la  percezione di cui si ha una  coscienza  chiara  e
distinta, mentre la percezione pu essere confusa e inconsapevole.
     Quando  Locke  sostiene  che in molti  casi,  ad  esempio  nei
fanciulli  o  in  alcune popolazioni, non esiste consapevolezza  di
quelle che dovrebbero essere le idee innate, non pu escludere  che
esse  esistano senza manifestarsi, in potenza, o meglio, allo stato
di virtualit.
     D'altro canto, l'affermazione di Descartes che lo spirito deve
avere  in  s  qualcosa che gli  proprio e che  non  deriva  dalle
sensazioni, non implica che questo qualcosa debba essere  sempre  e
comunque in atto.
     
     p 230 .
     
     In noi - sostiene Leibniz - ci sono molte idee che non vengono
pensate,  ma il fatto che non siano pensate non vuol dire  che  non
esistano:  "perch i nostri pensieri sono azioni e le conoscenze  o
verit, in quanto sono in noi, anche quando non le pensiamo affatto
sono abitudini o disposizioni: e noi sappiamo molte cose alle quali
non  pensiamo"(12).  Solo  se noi vi prestiamo  attenzione  potremo
avere  la  consapevolezza delle idee che sono in noi: i  fanciulli,
gli   idioti   e  i  selvaggi  non  sono  privi  di  idee   innate,
semplicemente non vi prestano attenzione(13).
     Anche   l'innatismo  virtuale  di  Leibniz  sar   ripreso   e
rielaborato in maniera originale nella grande sintesi filosofica di
Kant.  L'intelletto umano, da questo punto di vista, non  un  vaso
vuoto (o una tabula rasa) da riempire dall'esterno, in un qualsiasi
momento  della  sua  esistenza, sia che  tale  riempimento  avvenga
attraverso  l'esperienza sensibile, nel corso della vita,  sia  che
proceda   da  Dio  attraverso  le  idee  innate.  Per   Leibniz   
l'intelletto  che  innato a se stesso: "Vi ho gi  detto  che  noi
siamo,  per  cos  dire, innati a noi stessi e poich  siamo  degli
esseri,  l'essere  ci    innato  e  la  conoscenza  dell'essere  
contenuta in quella che abbiamo di noi stessi"(14)..
     In  altre  parole, ci che  innato nell'uomo  la facolt  di
conoscere,  una  attitudine  che non si  manifesta  e  sviluppa  in
maniera   necessaria  e  meccanica,  ma  deve  essere  "coltivata",
altrimenti   un  individuo  pu  trascorrere  l'intera   sua   vita
nell'ignoranza  anche delle pi semplici verit. Il  contenuto  del
sapere   che    gi  dato  nell'intelletto  (o  nell'anima,   come
preferisce  dire  Leibniz) non  da esso clto  immediatamente,  ma
diviene attuale solo nel momento in cui viene pensato - cio quando
l'intelletto giunge ad averne coscienza -, in maniera molto  simile
a quanto avveniva nella reminiscenza platonica.
